Ecco perché ricchezza e potere non significano gioia
La ricerca della perfezione si spinge oltre ai beni materiali
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze».
(Dalla liturgia).
Molti di noi pensano che il centro di questa pagina evangelica sia: «vendi quello che possiedi, dallo ai poveri». Invece, probabilmente, al centro di questo brano sta la parola «triste».
Gesù non chiede a tutti di disfarsi dei propri beni per seguirlo. Lo chiede a qualcuno, per esempio ai religiosi, ma alla maggior parte dei cristiani non lo chiede. Per piacere al Signore non è obbligatorio disfarsi dei propri beni e vivere una vita di speciale consacrazione.
Al giovane ricco il Signore però lo ha chiesto come condizione per seguirlo. E il giovane ricco ha rifiutato. Ma questo lo ha reso triste. Perché se ne è andato triste?
Era giovane, era ricco: due ottimi motivi per non essere triste! Era anche una brava persona; osservava i comandamenti. E allora? Eppure se ne va via triste. Quando si perde il Signore si perde la gioia.
Questo brano ci mette in guardia dalla tentazione di credere che la ricchezza, le cose di questo mondo, ci possano rendere felici, o almeno soddisfatti. Noi ci illudiamo che i beni materiali possano riempire il nostro cuore. Per questo a un ricco è particolarmente difficile entrare nel regno di Dio: perché crede di avere già quello che gli serve per poter vivere bene, di bastare a se stesso, di non aver bisogno di Dio. Ma è solo un’illusione: il nostro cuore, come dice Sant’Agostino, è inquieto finché non riposa in Dio, e niente meno di Dio può dargli pace e gioia.

Se le ricchezze possono essere d’aiuto ben vengano.
Se sono motivi di orgoglio non hanno senso.
Non è logico abbandonare le ricchezze, ma non è logico neppure perseguirle con il solo fine di arricchirsi.