La libertà di Dio si manifesta anche nelle vocazioni
La chiamata del Signore contiene significati fondamentali per la salvezza di tutti
«Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore».
(Dalla liturgia).
Chiamare, scegliere, dare il nome: sono verbi che indicano la libera e sovrana scelta di Gesù. Non si specifica il perché abbia scelto quelli e non altri. Non chiarisce quali siano state le motivazioni della scelta, non precisa quali fossero le caratteristiche di questo o di quel chiamato.
Il dono della vocazione alla vita apostolica è un mistero chiuso nel cuore e nella mente di Dio. E noi sacerdoti spesso non ci rendiamo conto della tremenda grandezza di questo dono.
Luca, a differenza di Marco e Giovanni, dice che è Gesù a dare a questi discepoli il nome di apostoli. È un nome che indica una funzione. Apostolo indica una persona inviata, autorizzata a parlare a nome di un altro. E deve essere fedele al mandato ricevuto. L’apostolo non è autorizzato a dire parole sue o ad esprimere una volontà propria. È strettamente legato alla parola e alla volontà di chi lo ha mandato. E Gesù, dando loro questo nome, sottolinea tutto questo.
Il loro compito – come ben si vede dalla lettura degli Atti degli Apostoli – è quello di guidare le comunità, annunciare il vangelo, vigilare sulla conservazione e sulla trasmissione dell’unica vera fede. E questo è il compito principale dei sacerdoti, in particolare del Papa e dei vescovi. Tutti gli altri compiti sono subordinati ed accessori a questi.
